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INTERVISTA / L' incontro a Gerusalemme con la donna che condivise gli anni del
terrore con l' autrice del "Diario": "La conobbi nel ' 33, a
scuola insieme"
"Io,
l' amica del cuore di Anna Frank"
Hannah Pick
Goslar a Enzo Biagi: non dimentichero' mai i nostri giorni al campo "Era
davvero una ragazzina amabile Sento il dovere di continuare a ricordarla"
"I miei tre figli sanno tutto. Per loro e' un po' come una seconda
madre"
L' incontro a Gerusalemme con la donna che condivise gli anni del terrore con l' autrice del "Diario": -
"La conobbi nel ' 33, a scuola insieme" "Io, l'
amica del cuore di Anna Frank" Hannah Pick Goslar a Enzo Biagi: non
dimenticherò mai i nostri giorni al campo "Era davvero una ragazzina
amabile Sento il dovere di continuare a ricordarla" "I miei tre figli
sanno tutto. Per loro è un po' come una seconda madre" di ENZO BIAGI A Gerusalemme ho incontrato Hannah Pick Goslar, l' amica di Anna Frank. Nata a Berlino, settanta anni fa, in una famiglia della buona borghesia israelita; quando i nazisti salirono al potere, si trasferirono ad Amsterdam. Suo padre era viceministro degli Interni e capo della stampa. Conobbe Anna, anzi Annelise Marie Frank, nel 1933, dal fruttivendolo sotto casa: erano appena arrivate dalla Germania, frequentavano insieme la scuola Montessori. Il 20 giugno 1943, col padre, la sorella e i nonni, venne rinchiusa nel campo di raccolta di Westerbork, e più tardi trasferita a Bergen - Belsen. Qui un anno dopo ritrova Anna, arrivata da poco. Parlano protette da un cespuglio che nasconde il filo spinato. Anna informa l' amica di quello che accade nel mondo: nella soffitta dove i Frank e i loro amici si erano rifugiati avevano una radio. La guerra sta per finire, dice, ma le rivela che ci sono i forni e le camere a gas. La signora Goslar sopravvive insieme alla sorella Gabi. Rivede Otto Frank in un sanatorio, poi emigra a Gerusalemme dove diventa infermiera e sposa un medico. Ha tre figli e dieci nipoti. E questa e' la trascrizione del nostro colloquio, registrata davanti al vagone ferroviario che e' il simbolo della deportazione e dell' Olocausto. -
Chi era Anna Frank? -
"Era una ragazzina amabile. Voleva sempre essere al centro
dell' attenzione. - Quando vi siete accorti che essere ebrei poteva diventare una colpa? -
"Mio padre era un Viceministro del Governo tedesco, ma
dovette lasciare il suo incarico e andare via dalla Germania. Se non fosse stato
ebreo, non sarebbe accaduto". -
Gli altri come si sono comportati con voi? - "In Olanda le persone erano molto gentili. Non avevamo soldi, eravamo dei rifugiati, ma trovavamo tanti amici. Non esistevano ebrei o cristiani, non c' era distinzione di religione o di razza e a scuola eravamo ben accetti. Non ho mai avuto problemi con gli olandesi ne' prima ne' dopo la guerra". -
Lei ha raccontato un sogno ricorrente di Anna. Qual era? - "Nel suo diario Anna dice che una notte del novembre 1943 sognò me e sua nonna. Si domandava perché lei era ancora viva, mentre io, la sua migliore amica, probabilmente ero morta, dal momento che lei era nascosta in una soffitta e io mi trovavo già in un lager. Oggi io sono una nonna felice nella mia madrepatria, Anna invece non ha potuto continuare a vivere. E’ per questo che sento di dover ancora parlare di lei e dell' Olocausto: la gente deve sapere, e' una storia che non deve più ripetersi". -
Lei l' ha rivista nel campo di Bergen - Belsen. Cosa ricorda di
quell' incontro? -
"Era il 1945: dal lager di Auschwitz erano arrivati
migliaia di prigionieri tra cui settemila donne, che furono sistemate in tende.
Proprio accanto alla mia baracca, ma non potevo vederle: i tedeschi avevano
diviso il campo con del filo spinato coperto da un alto muro di paglia. Non
volevano che sapessimo chi c' era dall' altra parte e ci controllavano dalle
torrette con i riflettori. Ci vollero quattro mesi prima che io scoprissi che c'
erano anche quaranta donne olandesi e un giorno una mia amica mi disse che Anna
era tra loro. Non ci potevo credere, per tutto quel tempo avevo pensato che
fosse in salvo dalla nonna, in Svizzera. "A quel punto, pericoloso o no, di
notte mi avvicinai al filo spinato e chiamai molto piano per non farmi sentire
dalle sentinelle. Mi rispose una donna: fui fortunata, perché si trattava della
signora Van Pels, che era stata con i Frank nel nascondiglio di Amsterdam.
"Andò subito a chiamare Anna e così ci incontrammo. Le dissi:
"Pensavo fossi in Svizzera". "Mi spiegò che quella era stata
solo una chiacchiera che avevano fatto girare, ma che in realtà lei e la
famiglia si erano nascosti nell' ufficio del padre. Le raccontai che mia madre
era morta e che il mio papà era molto malato, mentre mia sorella stava
abbastanza bene. Mi disse che lei, invece, non aveva più nessuno. La madre e la
sorella Margot erano morte e per quanto riguardava suo padre, Anna sapeva
che le persone al di sotto dei 15 anni e al di sopra dei 55 andavano
direttamente alle camere a gas e suo padre era fra i condannati. Non sapeva, però
, che contavano anche le condizioni di salute di una persona. Quelle di suo
padre erano buone, poteva lavorare ed era stato liberato in febbraio. Ma noi non
potevamo immaginarlo, non potevamo immaginare che Auschwitz, dal 27 gennaio di
quell' anno, non era più un lager. Se lei avesse saputo che almeno il signor
Frank era vivo, sarebbe stata un po' più forte per resistere. "Mi disse,
poi, che non aveva niente da mangiare. Il giorno dopo, per la prima volta, ci
furono consegnati dei pacchetti della Croce Rossa, non certo perché eravamo
ebrei, ma perché nel mio caso, per esempio, avevo un passaporto sudamericano.
"Conservai il pacchetto per Anna, non era molto ma comunque tanto in quella
situazione e un paio di giorni dopo la incontrai. Le lanciai il pacchetto oltre
la siepe, la sentii strillare e poi piangere: un' altra donna, più veloce,
aveva preso il fagotto. Tre giorni dopo ci provammo di nuovo e questa volta
riuscì ad afferrarlo. Fu l' ultima volta che le parlai, perché i tedeschi
cominciarono a trasferire tutte le donne. Non so cosa le accadde poi". -
Dei giorni del campo cosa c'e' di incancellabile? -
"Non posso dimenticare l' incontro con Anna, non posso
dimenticare che mio padre e' morto là e non posso dimenticare tutte le persone
che mi hanno aiutata. Se la mia sorellina è sopravvissuta è stato solo grazie
al loro aiuto". -
Perché Anna e' diventata un simbolo? -
"Guardi, non saprei. So solo che il suo e' stato il primo
diario trovato dopo la guerra e pubblicato. La gente ha conosciuto una
testimonianza vera dell' Olocausto, qualcosa che ha mosso le coscienze". -
Come ricorda la riconquista della vita? -
"Rimasi per due mesi in un villaggio tedesco. Poi tornai
in Olanda, dove fui ricoverata in un ospedale e solo nel dicembre del ' 45 presi
coscienza della libertà , quando, cioè , il padre di Anna mi aiutò a
raggiungere mia zia in Svizzera". -
Cosa racconta ai suoi figli? -
"I miei figli sanno tutto, anche i miei nipoti. Il mio
ultimo figlio ha persino detto: "Anna Frank e' un po' come la mia seconda
madre". E per i miei nipoti e' la seconda nonna, quella che era ad
Auschwitz. Un giorno uno di loro mi ha detto: "Sai, l' altra nonna ha
sofferto molto più di te". Voleva dire che quello che ho passato non e'
paragonabile all' esperienza di Auschwitz. Ma e' stato abbastanza". -
Oggi cosa significa essere ebrei? -
"Significa essere una persona come tutte le altre. Abbiamo
un Paese, abbiamo la libertà e possiamo vivere come vogliamo". -
Come si immagina il futuro? - "Spero ci sarà la pace. Non sono un profeta, mi auguro che possa essere migliore. Ci sono tanti problemi che devono essere risolti, ma non sono un politico". Andai ad Amsterdam. Nella soffitta a cui si arriva per ripide scale, non e' rimasto quasi nulla dell' adolescente sensibile, delle intuizioni poetiche e del destino disperato di quei prigionieri: soltanto una cartina sulla quale venivano segnati i progressi delle truppe alleate e alle pareti i ritagli delle riviste che gli impiegati del signor Frank e le dattilografe Niep ed Elly riuscivano a raccattare. Figure di quel tempo: Deanna Durbin, Shirley Temple, Ginger Rogers, la riproduzione di un disegno di Leonardo, alcuni bambini che mangiano fragole. Dalla stanzetta di Peter van Daan, il primo amore, il primo innocente bacio, si vedono un albero carico di fiori gialli e un ippocastano dalle foglie tenere. Si legge nelle pagine di Anna: "Se nonostante tutte le nostre sofferenze restano ancora degli ebrei, vuol dire che un giorno gli ebrei, invece di essere proscritti, saranno presi a esempio".
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