|
|
|
|
Si stima che i nazisti abbiano assassinato circa 2 milioni di bambini, tra ebrei, zingari, slavi. Molti non arrivarono nei campi e furono trucidati nelle loro case, nei loro villaggi e paesi, fucilati, bruciati. Nelle stragi effettuate dalle Einsaztgruppen e dalle SS. Lungo strade e nelle foreste, gettati, a volte ancora vivi, in enormi fosse comuni. Su di loro furono esercitate violenze inaudite e inenarrabili. Nei lager molti furono i medici delle SS che condussero crudeli ed infami esperimenti sui bambini prigionieri. Certamente tra i più criminali fu Josef Mengele che si dedicò a Birkenau a ricerche ed esperimenti sulla gemellarità. Suo scopo principale era poter dimostrare scientificamente la superiorità della “razza ariana” e nordica e, una volta scoperti i meccanismi della gemellarità, incrementare con nascite gemellari la consistenza della popolazione tedesca ariana. Mengele allestì dapprima un suo centro di sperimentazione nella baracca 32 del lager degli zingari. Nominato primario del lager di annientamento Birkenau, praticò esperimenti su bambini zingari ed ebrei, imprigionati in due baracche, la 29 e la 31 che formavano un blocco complessivo denominato “Kindergarten”, la sua privata, esclusiva riserva di cavie umane. Se le povere vittime non morivano durante gli esperimenti, provvedeva a farle sopprimere con una puntura di fenolo al cuore. Per tutto quanto i bambini dovettero subire, quando non venivano, come nella quasi totalità dei casi, portati subito nelle camere a gas, basti ricordare la tragica vicenda di Sergio de Simone. Deportato a Birkenau, fu successivamente inviato, nel novembre del 1944, al campo di Neuengamme, presso Amburgo, con altri 19 bambini. Qui fu sottoposto ad esperimenti pseudomedici. Gli venne iniettato il bacillo della tubercolosi e, una volta ammalatosi, gli vennero asportate le ghiandole linfatiche per analizzarle. L’intervento fu fatto senza anestesia alcuna. La notte del 20 aprile 1945, compleanno di Hitler, le SS lo portarono nello scantinato di una scuola di Amburgo e lo impiccarono con gli altri suoi compagni di sventura. Poiché il suo scarso peso di bambino sfinito e denutrito non favoriva la stretta del nodo scorsoio, le SS si appesero ai suoi piedi per accelerare lo strangolamento. Sergio aveva 7 anni. Essere bambini al tempo della ShoahAdolf
Hitler e i bambini. La questione della razza, i lager, l’educazione del
perfetto nazista. I bambini tedeschiKatrin Thiele, figlia di un funzionario nazista poi ufficiale della Wehrmacht, terminata la guerra, dopo l’arresto del padre, la separazione dei genitori e il trasferimento in Inghilterra, nazione fino ad allora considerata nemica, fu costretta all’età di 10 anni a ricostruire la propria formazione su basi diametralmente opposte a ciò che aveva appreso fino ad allora. Quando, a 13 anni, poté finalmente incontrare il padre rimase sconvolta dall’incapacità di comunicare con l’unica persona che riteneva potesse aiutarla. Il padre era profondamente cambiato: non era più il fanatico nazista in uniforme e nemmeno il prigioniero disperato che Katrin si era romanticamente immaginata: era un uomo che si stava ricostruendo una vita dimenticando il passato. Così il rapporto con Katrin rimase quello di un padre affettuoso con la sua bambina; lei non riusciva più a comprendere suo padre e avrebbe voluto dimostrargli che non aveva tradito i suoi insegnamenti - come rispetto, integrità e determinazione - ma li aveva convertiti nella lingua e nella cultura inglesi. Questa evoluzione è comune a molti bambini tedeschi che preferirono impegnarsi totalmente nelle nuove istituzioni piuttosto che confrontarsi con il proprio passato. Il rapporto con i genitori non fu problematico unicamente per coloro che, come Katrin, erano figli di nazisti convinti. Anche per molti altri bambini fu difficile accettare, dopo anni di assenza, il reinserimento del padre, che pretendeva ancora di imporsi con metodi coercitivi quali quelli della disciplina militare. Ma il senso di smarrimento, nel momento in cui viene ristabilito l’ordine, non deriva tanto dall’assenza della figura paterna quanto dal fatto che, durante la guerra, i bambini avevano visto gli adulti impotenti, terrorizzati e spesso si erano elevati alle responsabilità di adulti. A 8 anni, Hermann Greiner si improvvisa uomo per impedire ad un soldato russo di entrare in casa e avvicinare sua madre e una vicina; e si compiace: “ai miei occhi, tutti gli altri emigranti e vicini erano dei rammolliti che si nascondevano”. Questo aspetto è molto più evidente per i bambini perseguitati, che spesso sono responsabili del sostentamento dell’intera famiglia. Il nazismo si preoccupa fin dall’inizio dell’infanzia; già all’asilo i bambini sono affidati a educatori nazisti specializzati che insegnano loro filastrocche sul Führer, presentato come un superuomo, salvatore della Germania. Dai 6 ai 10 anni il Partito li inquadra nei Pimpfe, attraverso un giuramento solenne (che implica anche il sacrificio della propria vita per Hitler), si passa poi allo Jungvolk, mentre dai 14 ai 18 anni c’è la Gioventù Hitleriana (Hitler-Jugend), meta più ambita e primo passo verso l’arruolamento. Spesso, all’inizio della guerra, i ragazzi più giovani sono preoccupati che finisca troppo presto, prima che essi possano offrire il loro contributo. Ancora non sanno che il nazismo sacrificherà la preziosa generazione educata in previsione del proprio futuro, in cui ha speso così tante risorse, chiedendo di mettere finalmente in pratica le nozioni di “impegno” e “servizio” così a lungo sperimentate nelle mansioni svolte negli inquadramenti dell’infanzia. Gli adolescenti erano così motivati che “sorpresero i conquistatori per la loro capacità di sopportare micidiali sparatorie”. Proprio questa profonda interiorizzazione dei valori tanto intensamente propagandati dal nazismo condiziona anche la reazione di fronte alla scoperta dello sterminio degli ebrei. Lieselotte Günzel, 15 anni, confessa al suo diario il 31 agosto 1943: «Di recente mamma mi ha detto che la maggior parte degli ebrei sono stati uccisi nei campi, ma io non riesco a crederci». Eppure quella notizia così sconvolgente riaffiorerà in seguito, quando, nel 1945, Lieselotte comincerà ad avvertire e a denunciare le contraddizioni del nazismo, che ha condannato a morte il comandante Königsberg per essersi arreso. Lieselotte è indignata per l’impiccagione di un tedesco e maledice «l’intera covata nazista, questi criminali di guerra e assassini di ebrei[…]». Negli ultimi mesi di guerra, Lieselotte è combattuta dal dubbio: si rende conto della sconfitta del nazismo ma sente ancora forte il fascino del sacrificio, ed è perciò inizialmente orgogliosa del fratello che combatte strenuamente per la difesa di Berlino. Ma a guerra persa si chiede: «Era necessario che scorresse anche il tuo sangue?». I bambini della persecuzioneLa gravità e l’atrocità rappresentate dalla pianificazione dello sterminio degli ebrei e dalle persecuzioni dei “sotto-uomini” sono impressionanti. “I bambini
nella logica nazista erano i primi a dover essere eliminati. Questo perché
erano bambini cioè rappresentavano la trasmissione culturale […] uccidere i
bambini significava ucciderne il futuro. Ma i bambini sono pure d’ostacolo
all’efficienza del sistema. Essi erano irritanti per i nazisti”. Nonostante l’intenzione dei nazisti di sopprimere il futuro di individui considerati inferiori e di cancellarne completamente ogni traccia, alcuni bambini e ragazzi sopravvissero. Tuttavia, il percorso di ritorno alla normalità era spesso molto difficile e comprendeva il silenzio su quanto era successo. Troppe volte chi voleva raccontare si è trovato di fronte a un muro di indifferenza, che era il risultato soprattutto della percezione della portata di ciò che era accaduto e delle sue tragiche conseguenze, sicché era preferibile non sentire, non sapere. Arianna Szörèny, deportata ad Auschwitz all’età di 11 anni, intervistata nel 1979 racconta che: «gli altri ti ascoltavano un po’, poi ti davano della matta. Qualche contadino […] alla fine del racconto mi regalava una mela, un grappolo d’uva e con questo metteva a posto la coscienza». L’esperienza più traumatica era certamente quella del campo di concentramento, dove i bambini erano costretti a sopportare quotidianamente l’orrore che ormai non incuteva più paura: la visione dei cadaveri non era più uno shock, ma la vita normale. Il passaggio ai campi per alcuni era praticamente immediato dopo l’arresto, per altri venne dopo mesi o anni di esistenza nei ghetti. E proprio nei ghetti troviamo i giovani contrabbandieri spesso già organizzati in piccole bande in cui i più grandi sorvegliano e danno il segnale del “via libera”, mentre i più piccoli escono dalle mura del ghetto per tornare con qualche pezzo di pane e qualche patata. Se un soldato tedesco li avesse visti non avrebbe esitato ad aprire il fuoco e, nel migliore dei casi, a ferire i bambini; questi ultimi, comunque, non si preoccupavano della loro eventuale morte, ma di chi avrebbe da allora in poi provveduto alla famiglia. Spesso, infatti, il contrabbando praticato da questi bambini era l’unico mezzo di sostentamento della famiglia. Molti chiedevano l’elemosina all’interno del ghetto e la fame era - con il freddo invernale e le malattie - una delle principali cause di morte. Capitava spesso di imbattersi in cadaveri congelati lungo la via e le notti risuonavano dei lamenti strazianti dei piccoli moribondi affamati. Nel ghetto di Varsavia, il famoso pediatra Janusz Korczak rimase sconvolto quando un gruppo di bimbi che giocava ai cavalli non considerò il cadavere lì a fianco finché non vi rimasero impigliate le briglie, allora uno di essi propose di spostarsi perché il corpo era di intralcio. Korczak si prese cura degli orfani del ghetto occupandosi della loro educazione e li seguì il 6 agosto 1942 quando furono deportati, anche se avrebbe potuto salvarsi grazie alle sue conoscenze. A Terezìn i bambini poterono godere di un minimo di attenzione da parte degli adulti, che tentavano di rendere sopportabile la condizione di vita nel ghetto. C’erano case per i bambini e l’incessante organizzazione di attività permetteva di avere sempre uno scopo. Nonostante la proibizione di frequentare le lezioni imposta dai tedeschi, queste venivano tenute in segreto e con sistemi di avviso per eludere il controllo delle SS. Soltanto le lezioni di disegno e di abilità manuali vennero poi permesse. I ragazzi furono spinti a redigere un giornale settimanale: “Vedem” (Siamo i primi). A Friedl Dicker-Brandeis, un'artista del Bauhaus, fu consentito di tenere lezioni di arte e pittura alle ragazze, che erano incoraggiate a disegnare scegliendo liberamente il soggetto, prodotto dalla loro creatività. Una caratteristica significativa di tutti i disegni di queste ragazze è la raffigurazione delle persone che avevano potere con dimensioni più grandi delle altre. Alcune si soffermavano sulla vita del ghetto (la fila alla cucina da campo) altre davano forma ai loro sogni di cibi buoni; c’era poi chi si rifugiava nell’ordine e nella stabilità del passato, ritraendo la propria casa. Nel lager la presenza ingombrante della morte era vissuta con una strana consapevolezza. Tutti sapevano che cosa succedeva nel forno crematorio ma, se gli adulti cercavano di allontanarsi e di non farci caso, i ragazzi come Yehuda scherzavano sul colore del fumo: quello bianco era causato da cadaveri di gente grassa. Inoltre i bambini si sfidavano a correre fino al filo elettrificato per toccarlo sapendo che spesso durante il giorno la corrente era spenta. Anche i bambini più piccoli restituivano attraverso il gioco la loro coscienza del campo. Infatti si contendevano i ruoli di kapò e di detenuti per il gioco dell’Appello e fingevano pure la camera a gas, ma arrivati a questo punto nessuno dei bambini era costretto a scendere nella buca e morire: venivano gettate delle pietre e si imitavano le urla. Ma nessuno moriva per gioco, perché la morte, mai sperimentata, era già troppo vicina a loro. L’orrore e la rinascita: due bimbe sopravvissuteLa storia di Tatiana e Andra Bucci, rispettivamente di 6 e 4 anni, sopravvissute ad Auschwitz, è una delle poche storie “a lieto fine” riguardanti bambini. Le disposizioni dei campi, infatti, prevedevano che le donne con bambini piccoli fossero selezionate al loro arrivo nella fila di destra, che conduceva direttamente alle camere a gas. Sopravvissero al lager grazie alla protezione particolare di una blockova - che procurò più vestiti per il rigido inverno e, soprattutto, le salvò dalla selezione a tranello in cui invece cadde Sergio, il cuginetto di 6 anni (nonostante fosse stato avvisato, si fidò della proposta troppo allettante dei tedeschi: rivedere la mamma) - e grazie all’aiuto di Julius Hamburger, un bambino ceco di 9 anni che riusciva a procurare cibo sia per le sorelle Bucci sia per un’altra coppia di sorelline, Esther e Shana Traubova. I ricordi che hanno oggi le due donne sono frammentari, come se la memoria avesse colto solo gli aspetti più significativi della loro vicenda (non sono mai menzionate altre persone, se non Tatiana, Andra, la mamma e Sergio finché hanno fatto parte della loro vita nel lager) cercando di eliminare quelli più traumatici. Per esempio, nessuna delle due sorelle rammenta il dolore del tatuaggio, né il momento della doccia gelata. Andra, tuttavia, ricorda con precisione la notte dell’arrivo ad Auschwitz, il 4 aprile 1944: la sua è una memoria fotografica che narra le immagini piuttosto che le sensazioni. Anche Tatiana afferma: «In verità non ricordo di aver mai né pianto né riso, ad Auschwitz». Era probabilmente un atteggiamento difensivo, che permetteva di adattarsi gradualmente a quella nuova vita. Molto importante per le sorelle fu la vicinanza e il mantenimento di un rapporto familiare: non soltanto perché la più grande si prendeva cura della piccola, ma soprattutto perché la loro unione così stretta le tutelava da un mondo fatto di solitudine. Tra il febbraio del 1945 e il marzo del 1946 c’è un periodo di buio, di cui le bambine ricordano poco o nulla; scopriranno successivamente di essere state a Praga. Poi avviene la loro rinascita, a Lingfield, in un cottage che un ricco ebreo inglese ha messo a disposizione dei bambini. Per entrambe si tratta del periodo più bello della loro vita, dove ricominciano ad essere due bambine che ricostruiscono la normalità. Dai diari e resoconti delle educatrici emergono le difficoltà della rieducazione. Un gruppo di sei bambini piccoli di Terezìn non riusciva a sopportare neanche per pochi istanti la separazione di uno di loro, perché questo, per loro, significava la morte. Una mattina, infatti, quando venne chiesto a Bella Rosenthal dove fosse andata Judith, trasferita in un’altra stanza durante la notte, con indifferenza «fece spallucce […] e disse “tot”, morta”». Lentamente le abitudini del lager, come l’attaccamento ossessivo al cucchiaio, cominciavano ad essere perse. Alice Goldberger, la direttrice, inventò per ciascuno dei suoi ospiti una data di compleanno come occasione per festeggiare. Tatiana finalmente poté riprendere pienamente possesso della sua infanzia, tornando ai giochi e distaccandosi dal ruolo di protettrice che fino ad allora aveva dovuto assumere nei confronti della sorella. L’incubo del lager era ancora presente non soltanto nei loro giochi con le bambole, ma anche nella loro vita: quando un pomeriggio i bambini sentirono dei prigionieri in divisa parlare tedesco, ebbero paura che tutto il bel mondo intorno a loro fosse un feroce inganno nazista. Fu anche problematica la gita a Londra con il bus, il mezzo di trasporto che per loro significava la morte. Arrivò il momento in cui i coniugi Bucci e De Simone, nei loro numerosi tentativi di ricerca dei bambini, si rivolsero a Lingfield e ottennero risposta affermativa per le sorelle, negativa per Sergio. L’attesa speranzosa fu scandita dallo scambio di lettere, di fotografie per permettere il riconoscimento da parte di Andra e Tatiana dei genitori, di informazioni sullo stato di salute fisico (episodi di emicrania intensa di Tatiana) e psicologico (momenti di ribellione e di rabbia di Andra) in cui miss Fellner rassicurava i genitori che «Entrambe non sembrano amareggiate dalle loro esperienze». Per Tatiana e Andra, però, ritornare a vivere con i genitori non significava tanto ritorno agli affetti familiari, ad una vita normale, quanto un ricominciare di nuovo tutto (o quasi) da capo. Poi, un mattino di dicembre di cui non so dire il giorno esatto, ci trovammo a Roma Termini. Ad aspettarci c’era moltissima gente, c’era un’automobile fin sotto il binario, e c’era la mamma. Ma per noi due quella signora che piangeva era un’estranea […] significava rompere di nuovo il nostro equilibrio. Fu come se avessero amputato una parte di noi stesse. Eppure, nonostante la fatica del reinserimento, Tatiana e Andra erano vive ed erano tornate a casa. Sergio invece fu ucciso in seguito agli esperimenti medici di Heissmeyer. Andra lo ricorda sorridente l’ultima volta che lo vide partire con l’illusione di incontrare sua mamma. Mi sento in colpa, perché io sono qui e ne parlo, mentre lui è partito. Non siamo riuscite ad impedirlo. So che non dovrei, ma è come un macigno che mi pesa dentro. Questo senso di colpa che affligge i sopravvissuti è uno dei tre effetti descritti da Tzvetan Todorov in Di fronte all’estremo e definito “vergogna di sopravvivere”. Vi sono inoltre la “vergogna del ricordo” dell’essere stati ridotti a bestie e la “vergogna di essere umani” quando si è consapevoli che il lager è un prodotto dell’uomo.
|